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Flauto di Pan Bollettino interno dell'Associazione Culturale IGNIS - n. 4 settembre 2005 |
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Indice ITALIANI TRADITI, di Mystes VIAGGIO VERSO L'IBOGA, di Bia Labate IL MISTERO DI ISRAEL, di Manlio Magnani Arturo Reghini - IMPERIALISMO PAGANO E TRADIZIONE ITALICA. ESOTERISMO DELLA CITTA' DEL SOLE, di Tommaso Loli. NOTE E RECENSIONI |
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ITALIANI
TRADITI
(Ida Magli, OMAGGIO
AGLI ITALIANI, una storia per tradimenti, BUR, 2005) Un vecchio detto recita testualmente: ogni popolo ha il governo che si merita, ergo: se l’Italia di oggi è governata da Berlusconi e domani lo sarà probabilmente da Prodi, vuol dire che sono questi i capi dai quali il popolo italiano vuol essere rappresentato.
Dopo la salutare boccata di ossigeno che è entrata nei miei polmoni attraverso la lettura del saggio di Ida Magli, Omaggio agli Italiani, una storia per tradimenti, BUR, 2005, a questo adagio, che col tempo è diventato un luogo comune, rinuncio ben volentieri.
Voglio subito aggiungere e spiegare il perché ho riacquistato fiducia nel popolo italiano, nella mia gente; esporrò questo mio rinnovato ottimismo citando e commentando alcuni brani del volume che, con qualche piccola eccezione, rappresenta un’iniezione di fiducia per gli ottimisti come me e un solenne ammonimento per quel coro di cornacchie e di uccelli di malaugurio che, in tonaca e senza tonaca, hanno sempre predicato e lavorato per scenari catastrofici della nostra tormentata Nazione, parola che scriverò sempre con la N maiuscola.
Nel trascrivere i brani che considero tra i più interessanti e positivi, farò mie alcune osservazioni dell’autrice suggerendo la comparazione con gli scrittori (Arturo Reghini, Amedeo Armentano, Manlio Magnani e altri) i quali, ingiustamente ignorati quando non boicottati dalla cultura ufficiale e non, l’Associazione Culturale IGNIS ha riproposto all’attenzione degli italiani più sensibili e intelligenti (vds. il sito: http://aignis.sites.uol.com.br ) riservandomi a conclusione di questa recensione l’esame di alcune posizioni sulle quali non concordo totalmente con l’Autrice.
Partendo dal concetto posto in evidenza che l’Italia è sul punto di essere distrutta come popolo e come Nazione né più né meno di come i romani fecero coi cartaginesi, l’autrice dirige la sua attenzione sui canali attraverso i quali il potere si accinge a concludere questa demolizione.
Con una felice analogia l’antropologa scrittrice asserisce che “una
massa informe di individui, privi di qualsiasi connotato di identità, fra i
quali possano così mischiarsi
altri popoli, altre religioni, con l’intento di non provocare alcuna crisi
di rigetto” è analoga “all’operazione che si compie per
effettuare un trapianto d’organo : sopprimere le difese immunitarie,
accecare la vigilanza della Natura nei confronti dell’ingresso di corpi
estranei. I popoli, così come gli organismi, diventano debolissimi, incapaci
di reazioni, di ribellioni”. “Con il solito coro all’unisono, politici di tutte
le tendenze, mezzi di informazioni e capi religiosi hanno martellato i sudditi
fino a plagiarli: se volete finalmente godere la Pace, dovete rinunziare a voi
stessi, a tutto quello che fino ad oggi ha formato il vostro patrimonio di
valore, e consegnarvi al futuro senza volto di una uguaglianza che in realtà
è sottomissione agli unici che un volto lo conserveranno, molto più forte di
prima: i detentori del potere”.
Ebbene, cercherò di rendere più esplicito questo concetto della Magli già di per sé molto chiaro, chiamando con il loro nome le cose che hanno un nome: in che modo il potere può raggiungere questo obiettivo? Qualsiasi antropologo conosce la risposta: attraverso la società multirazziale e la babele linguistica che rappresentano un livellamento verso il basso, e se in Italia ed in Europa si è appena agli inizi suscitando allarmanti interrogativi, in altre parti del pianeta ha già dato i suoi frutti, consistenti nella massificazione di popoli totalmente privi di spina dorsale, senza alcuna identità sia nei tratti somatici, sia in quelli culturali, che si godono una pace regolata dal potere, intessuta di buonismo e di permessivismo in nome della quale il potere governa indisturbato i sudditi ad esso sottoposti in tutti i settori della vita pubblica e privata, sudditi che non reagiscono più a nessun sopruso, a nessuna violenza, a nessun arbitrio. A questi popoli è concesso soltanto di rappresentare il loro “nazionalismo” nelle competizioni sportive e nelle partite di calcio: è questa la ragione per cui al fenomeno “sportivista” viene dato sempre maggiore spazio nei media ed attira grandi investimenti da numerosi settori della finanza e del capitalismo mondiali.
Nello stesso modo in cui il “principio della Pace ha disgregato l’Impero Romano” ed ha gettato il seme della discordia tra i popoli europei, adesso non fa altro che disgregare l’intelligenza e la mente dei popoli neo-latini sottoposti quotidianamente ad un bombardamento di propaganda pacifista che non solo li ha resi inerti di fronte alla tracotanza dei poteri forti, ma li fa incapaci di vedere al di là dell’interesse e dell’egoismo individuale.
La necessità di individuare quali sono le forze palesi e occulte che si sono mosse e si muovono ancora oggi dietro la realizzazione dell’Unione Europea porta l’autrice a fare inevitabilmente il nome della Massoneria, dell’Alta Finanza e degli Ebrei, consapevole senz’altro di mettere il dito in un vespaio. Sulla Massoneria esiste una bibliografia sterminata, molti però continuano a credere che dietro al futuro Governo Mondiale e “al progetto dell’unione europea ci siano soltanto le forze della Massoneria” soprattutto da quando dalla Costituzione Europea è stato eliminato qualsiasi riferimento alle cosiddette radici cristiane dell’Europa.
Per quanto riguarda l’Italia è bene fare alcune precisazioni di carattere storico.
Arturo Reghini in un suo articolo intitolato “Il patriottismo della massoneria italiana” apparso sulla rivista Atanòr nel 1924, per rispondere ai velenosi attacchi dei gesuiti contro la massoneria accusata di tenere le fila del movimento internazionalista ai danni dell’Italia, dimostrò con dati di fatto che, a differenza di alcuni ordini religiosi, la massoneria italiana dava garanzie di italianità e di fedeltà agli ideali risorgimentali, senza venir meno ai suoi fondamenti iniziatici.(vedasi: Roberto Sestito, Storia del Rito Filosofico Italiano, FirenzeLibri 2003).
Il Grande Oriente d’Italia, guidato oggi da un Gran Maestro con un passato di mazziniano e di simpatizzante per lo schieramento politico di destra e di estrema destra, non può essere certamente sospettato di tramare nell’ombra per la “fine delle Nazioni, delle Patrie, delle Culture, degli “stili” dei popoli”. Se così fosse, starebbe lavorando al suicidio di un’Istituzione trasformata e ribassata a un semplice club di tipo rotariano; nulla di particolarmente allarmante, sia ben chiaro, poiché altre Obbedienze sarebbero pronte e avrebbero tutti i titoli per raccoglierne l’eredità e lo spirito patriottico che in passato l’ha animata. Inoltre, gran maestri e gran commendatori dei diversi riti dovrebbero sapere che in campo iniziatico l’Italia vanta un primato che né inglesi, né francesi, nonostante la loro prosopopea, le possono insidiare, primato che al momento opportuno può essere sempre rivendicato e dimostrato.
Molte forze in Europa sono sicuramente all’azione per vedere questa “fine” , senza poter escludere che alcune si annidino all’interno delle stesse istituzioni massoniche le quali strumentalizzano lo spirito universalistico della massoneria italiana per sottometterlo al globalismo e all’internazionalismo di gruppi e potentati non italiani perseguenti uno scopo totalmente diverso da quello istituzionale. Ma questo losco inquinamento non è nato oggi: basta leggersi gli scritti di Reghini sulla Massoneria per rendersi conto delle innumerevoli angherie subite dagli italiani. Ebbene, se così fosse si starebbe preparando l’aggregazione di “forze” le quali nell’ inseguire la finalità segnalata dalla Magli finirebbero per ufficializzare la rottura con la nostra tradizione spirituale e con il classico “stile” italiano.
Anche “la Chiesa di Roma – precisa la Magli – si è
unita al coro (dei distruttori ndc) ... Eppure anche lì, nel
comportamento della Chiesa c’era, sia pure accuratamente nascosta, la volontà
di punire e distruggere gli Italiani, gli ultimi sì a raggiungere la gioia di
diventare <Nazione>, ma che, per ottenerla, avevano combattuto contro lo
Stato Pontificio ed erano riusciti a toglierglielo”.
Ed eccoci arrivati al punctum dolens del discorso sulla Chiesa. La domanda che io mi pongo è la seguente: la Chiesa ha digerito il risorgimento italiano? si è trasformata in chiesa nazionale? O cova dentro il suo seno uno spirito di revanche e al momento opportuno la vedremo pronta a sferrare un colpo micidiale contro gli italiani rei di averla umiliata a Porta Pia e di averle tolto il potere temporale? E in che modo la Chiesa Cattolica e tutto il cristianesimo approfitteranno dell’attuale Unione Europea e del potere politico che la rappresenta a Bruxelles per dirigere un colpo mortale contro l’Italia? Sarà la Chiesa come terzo potere la nuova cerniera tra gli altri due poteri che vogliono strangolarci?
Non entro in problemi escatologici i quali non mi interessano, anche se a conclusione del presente articolo farò alcune considerazioni sulla “divinità” di Cristo e sul cristianesimo, ma denuncio subito il pericolo che i su riportati interrogativi parafrasati dal libro della Magli rappresentano per la nostra Nazione.
Devo partire da lontano, da quell’infausto 1929, quando l’uomo della provvidenza firmò i Patti Lateranensi col Vaticano. Si dica quel che si vuole, si pensi a quel che si vuol pensare, la verità è una sola: nel momento in cui firmava, l’uomo della provvidenza passava lo scettro del comando alla Chiesa che lo riprendeva vittoriosamente e senza colpo ferire dopo che Garibaldi e tutto il movimento risorgimentale glielo avevano tolto. Se per venti anni, la personalità del duce, la sua dittatura personale e gli altri avvenimenti mondiali hanno reso meno evidente questa verità, subito dopo la caduta del fascismo essa è emersa in tutta la sua drammaticità: lo scettro era già passato nelle mani del papa il quale per comandare non avrebbe avuto più bisogno neanche del potere temporale. Difatti gli bastò la Democrazia Cristiana cui affidò il comando per “delega”, sistema di cui aveva già larga esperienza e che è pronto ad esercitare anche in futuro non appena saranno maturi i nuovi equilibri politico-economici che si stanno delineando in Occidente con l’Unione Europea: è proprio un caso l’elezione di un papa tedesco e l’ubicazione della BCE in Germania?
La cerniera era già salda e i delegati si misero subito in azione nel loro lento lavoro di erosione e di distruzione: dalla mafia alle stragi di stato, dall’economia assistita (fonte di corruzione) all’atlantismo, dall’inflazione all’euro, è stato tutto un lungo susseguirsi di avvenimenti che avevano solo un fine: umiliare gli italiani, prostrarli, indebolirli, rincoglionirli. Risultato: dopo tanti anni gli italiani si sono improvvisamente scoperti più poveri, più deboli, schiacciati da poteri che sono loro tradizionalmente e storicamente ostili.
Ma gli italiani – e qui la Magli inizia il suo lungo e brillante excursus storico – discendono dai romani. Ne sono gli eredi storici e spirituali e anche se non lo volessero sono destinati ad accettare questa eredità e a farla propria; – memento Italia, esclamerebbe Virgilio e Leopardi gli farebbe eco – non puoi sottrarti al tuo destino che è nell’Impero! O governi i popoli a te fatalmente sottomessi o sarai ridotta peggio che a serva di osteria! Ne sono essi degni? La Magli non ha dubbi: si, ne sono degni, lo sono sempre stati e lo sono anche oggi nonostante i tradimenti del potere anzi, soprattutto per questo. A quale altro popolo, il mito, la storia, la civiltà - e non parlo del sacro che alla Magli non piace ma la cui presenza nella storia di Roma è stata provata da numerosi autori - ha assegnato un simile destino, ha affidato una responsabilità così grande? Questo primato ce lo possono insidiare i tedeschi? Gli americani? Gli ebrei?
Guardiamo un momentino solo gli ebrei, popolo intelligente e tenace, per non dilungarmi troppo: dopo la seconda guerra mondiale gli ebrei hanno inventato il sionismo allo scopo di occupare la terra dei palestinesi, hanno tirato fuori la Bibbia per santificare la più funesta delle guerre civili in corso in Medio Oriente: fratelli semiti che si scannano tra loro da oltre quarant’ anni e non contenti del sangue che scorre in Palestina tentano di esportarlo anche in Europa con le minacce che quotidianamente i siti islamici lanciano contro di noi.
Ma torniamo agli Italiani e quindi ai Romani nostri antenati.
Scrive la Magli: “...nella volontà di cancellare ogni loro merito
(dei Romani) ... c’è stata fin dall’inizio la falsificazione
dell’opera dei Romani. La chiamo “falsificazione” perché condotta
volontariamente.... Tuttavia essa non è mai stata messa in rilievo da
nessuno, neanche dagli Italiani più critici nei confronti della tradizione
storica”.
Gentile signora Magli, mi permetta di dissentire profondamente dalla sua affermazione giacché questa falsificazione è stata messa in rilievo in uno dei suoi scritti più belli da Arturo Reghini il quale non era uno storico, ma un filosofo e un iniziato ed ha fatto molto parlare di sé negli anni caldi del primo dopoguerra quando la polemica sul ruolo degli italiani e sulla tradizione romana era viva in riviste e giornali animati dagli uomini di punta del futurismo e delle avanguardie letterarie italiane.
Per rispondere ad alcuni dei tanti denigratori della romanità ecco quel che scriveva Reghini su UR (1928) nel saggio intitolato “Della Tradizione Occidentale”: “Per svalutare intellettualmente ed iniziaticamente i Romani, li si dipinge come un popolo rozzo, brutale, bellicoso, alieno dalla filosofia, preoccupato dei problemi materiali e pratici della vita, incapace di ogni astrazione ed idealità. E poiché, secondo i pregiudizi teosofici, martinisti, ed in genere cristiani e profani, il vero iniziato deve essere incapace di ammazzare una mosca, deve struggersi di amore per il prossimo, deve disprezzare e persino odiare questo basso mondo e badare a salvare dal peccato, dall'ira di Dio, dal pianto e dallo strider dei denti la propria anima, risulta allora manifesto che, ponendo alla base della vita sociale non l'amore e la carità ma l'jus, il fas ed il mos, combattendo virtute praediti, non porgendo la destra a chi ti percuote sulla sinistra e viceversa, tracciando strade su tutti i continenti, costruendo ponti su tutti i fiumi e non curandosi della filosofia, si dimostra di non possedere l'iniziazione.”
L’intero studio di Reghini al quale
rimando (Arturo Reghini, Imperialismo Pagano e Tradizione Italica,
Ignis) è una confutazione degli errori e delle maldicenze, soprattutto ad
opera dei francesi i quali sì, come naturali discendenti dei Galli non
mandano giù la sonora lezione di Cesare ad Alesia, ma anche e soprattutto una
riconferma delle straordinarie virtù civili e morali dei Romani che la nostra
scrittrice riesce molto bene a
individuare riconoscendole in alcune specifiche abilità degli italiani
versati nella musica, nell’architettura, nella lingua, nell’ingegneria,
nelle scienze e come puntualizzerò
più avanti soprattutto nella politica, anche se non sempre esercitata a
vantaggio del popolo italiano. “E’ vero – conferma la Magli – che buona parte della fama di Roma proviene dalle vittorie belliche, in quanto, come sappiamo, si è voluto negare ai Romani, per disprezzarli, qualsiasi qualità intellettuale; ma Cesare... è un grande scrittore ed etnologo”.
Era
qualcosa di più, il grande Cesare; lo dichiara il maestro di Arturo Reghini,
il musicista e pitagorico Amedeo Armentano, nello scritto “Due parole ai
pigmei” (vds. Amedeo Armentano, Massime di Scienza Iniziatica, Ignis)
quando scrive per rispondere a un altro dei tanti denigratori della romanità:
“Cesare
fu il solo uomo dell'antichità manifestamente
divino. La civile virtù, il
senno, la forza, la maschia bellezza, la
determinazione volontaria di ogni suo gesto e l'abbraccio
imperiale alla terra dicono, di questo romano, ciò che la tradizione e
la storia di altri popoli non può
autorevolmente dire dei suoi eroi
e dei suoi Dii. Noli
me tangere.”.
Ed io ripeto: noli me tangere, anche se la frase farà
illividire di rabbia i moderni picconatori della nostra storia che a Bruxelles
sognano di demolire gli ultimi bastioni dell’italianità romana e latina
incoraggiati altresì dalle parole di
Benedetto XVI che a Colonia ha esortato a vigilare sul "ritorno del
paganesimo come male che genera i totalitarismi". Sulla presunta irreligiosità dei Romani l’incomprensione degli storici è totale ed assoluta, in quanto non riescono a concepire una forma religiosa diversa da quella imposta dalle religioni monoteistiche di origine orientale, ma se c’è una cosa che Roma ha aborrito fin dalla sua fondazione è la concezione asiatica della divinità. L’argomento è trattato con grande competenza di storico e di sapiente da Manlio Magnani nella sua opera Supremo Vero ancora inedita. Egli scrive: “La reazione
solare si manifestò in Roma. La difficoltà
di questo manifestarsi potete misurarla dalla stessa composizione del mito,
cioè dagli elementi compositi che intervengono nella narrazione intorno a
Romolo che è liberato dalle acque ma che però ha bisogno di nutrice o in
quella di Jupiter. Tuttavia la
solarità si afferma: il Re è signore del Fuoco; si afferma e si impone. Roma
combatte, vince, sommette tutti i popoli e contro quelli nei quali la
tradizione aveva più degenerato nella lunarità usa speciale ardore e severità.
Vedete infatti che nulla risparmiò né degli Etruschi, né dei Cartaginesi.
Roma, fissa nel principio solare non può transigere. Suoi simboli l'Aquila
capace di salire nel cielo di Etona, sino al Sole; l'ascia e il fascio.
Persino deve essere spietata con i Libri di Numa e con i Pitagorici. La
scienza degli uni e degli altri veniva da colui che non
seppe resistere sul volo dell'aquila. La reazione solare in Roma ebbe
prevalente aspetto politico civile. Non era più possibile nel mondo il tipo
di civiltà saturnio, ma invece quello militare-politico; e tale infatti la
caratteristica più appariscente della romanità. Tentativi in ugual senso si
erano manifestati in altri luoghi, esempio quello di Alessandro, però senza
l'efficacia, l'imponenza, la proiezione del romano.
Il Romano, aggiunge più
avanti Magnani, praticava il rito
antichissimo in cui il capo interrogava il Dio senza pregarlo, avendo come
mezzo di comunicazione il fulmine.
In questo
senso è corretto dire che il sacro era al loro servizio perché il
Romano nell’esercizio del proprio culto impersonava il sacro e lo
sottometteva alla propria esigenza, non per il gusto di mistificarlo, ma per
il reale rapporto di potenza-sapienza-amore che intercorreva tra il mondo
divino e quello umano, senza escludere che il mondo romano fosse una reale
ipostasi concreta e vivente priva di ogni circonlocuzione sentimentale,
del mondo degli dei. Magnani, più semplicemente avrebbe detto che, fin quando Roma si mantenne fedele alla pura concezione solare, si tenne lontana da tutte le suggestioni religiose, quando fu circondata e ammaliata da un esercito di dii e di dee con le loro coorti di riti e di iniziazioni Roma cadde nella rete dell’orientalismo ellenizzante ed ebraizzante. La Magli
sostiene – ed in buona parte ha ragione - che la Grecia è stata “il
maggiore impedimento per capire la civiltà romana”. Non perché la civiltà ellenica sia stata una grande
fioritura del pensiero umano che avrebbe offuscato la cultura latina: al
contrario, è stata a volte manipolata pregiudizialmente e in contrapposizione
alla cultura latina sempre con il solito intento di denigrare Roma e fare di
Atene il faro della civiltà occidentale:
i Romani però che certamente erano più intelligenti dei loro
detrattori amarono molto la lingua, la poesia, la filosofia dei greci e fecero
dell’Ellade la loro seconda patria, ciò che permise
a un greco come Giorgio Gemisto Pletone di svegliare in Cosimo de’
Medici l’amore per la filosofia platonica agli inizi del
Rinascimento e di dare così il via al grande risveglio umanistico in Italia e
in Europa dopo secoli di dominio e di oscuramento delle coscienze operato dal
cristianesimo.
Dalla Grecia
purtroppo sono transitate, per ragioni forse più geografiche che filosofiche,
molte delle infezioni esotiche e
settarie di origine orientale che hanno corroso dal di dentro il corpo della
latinità il quale, privato dei suoi organi interni primari e più antichi, è
stato poi dai cristiani usato per un uso religioso e politico che di romano
aveva ed ha la facciata esterna e la liturgia, cose di cui i romani non si
sarebbero minimamente interessati. Gli italiani però, pur mutilati della loro
vera anima, non hanno mancato di continuare ad esprimere le loro tante virtù
e le loro magnifiche doti.
Al punto in
cui siamo arrivati, considerata valida sotto tutti gli aspetti la
retrospettiva della Magli, ci si chiede: è questo ancora il tempo della
dietrologia e delle tribune letterarie? I professori di storia e gli uomini di
cultura in genere prenderanno finalmente coscienza che è giunto il momento di
passare all’azione per cui i discorsi che stiamo facendo qui e che abbiamo
fatto nel passato cessano di essere semplici occasioni di scambi di idee e di
diverse e anche opposte visioni culturali per trasformarsi
in animati dibattiti politici dove il cristianesimo finisce col tornare
ad essere il più importante punto all’ordine del giorno né più e né meno
di come sarà stato ai tempi della Giovane Italia di Mazzini o della
Carboneria sotto il potere temporale della Chiesa? Quante volte ancora
si deve ripetere che il cristianesimo è stato il grimaldello col quale
l’Oriente ha aperto le porte del tempio latino per farvi entrare le loro
orde asiatiche di predicatori di ciance? Senza volerlo, ho cominciato a parlare di Cristo e del cristianesimo, sul quale non condivido l’ottimismo manifestato dalla Magli in alcuni capitoli del suo libro. Se dovessimo porre sui piatti di una bilancia il bene e il male causati dal cristianesimo all’Europa, la bilancia penderebbe di molto dalla parte del male; e non mi si venga a dire che siamo tributari a Gesù di una grande dottrina morale perché prima di Cristo ignoravamo gli insegnamenti del Vangelo; nella filosofia greca e nei costumi dei popoli italici (vedasi i “Detti Aurei” di Pitagora) di quegli insegnamenti ce n’è a iosa: basta solo cercarli e metterli in pratica. Non voglio però
avventurarmi in complicate disquisizioni teologiche che non mi interessano e
di fronte alle quali i filosofi di Atene e i magistrati romani, sorpresi dalle
assurde elucubrazioni sul corpo di Cristo, la morte, i miracoli e amenità di
questo genere, rabbrividirono.
Chi era Cristo
e quale sorte gli fosse riservata, ce lo dicono gli stessi Vangeli quando
raccontano come quel paziente uomo di Ponzio Pilato rimandò l’infelice
prigioniero al sinedrio ebraico il quale se ne liberò rapidamente
condannandolo a morte. Fine della storia. Fine della vita di Gesù.
Il resto
comincia con l’ebreo Paolo e
con altri settari della sua risma che circa 30 anni dopo la morte del loro
campione cominciarono a tramare l’assalto politico a Roma e all’Impero nei
modi e nello stile tipici dei terroristi dell’epoca, sicché i
fondamentalisti di oggi, islamici, giudaici o cristiani che siano, non fanno
altro che ripercorrere il solco
tracciato dai loro illustri antenati, con l’aggravante dei mezzi offerti
dalla scienza moderna, frutto in parte di quella civiltà che si erano
proposti di distruggere. “La
rivoluzione che Gesù propone è una rivoluzione liberante dai rituali
ossessivi dell’ebraismo” e
più oltre “La cultura ebraica era (ed è) soffocante”. La Magli
vede quindi la questione di Gesù come un problema interno all’ebraismo.
Purtroppo non è solo così, perché più avanti ella riconosce che “un
indebolimento politico e militare dell’Impero apre le porte
all’universalismo cristiano che non avrebbe potuto comunque affermarsi se
non fosse stato prima pensato e realizzato dai Romani”. E’ molto
strano che un eversore della legge ebraica possa trovare udienza nel mondo
romano, dalla Magli presentato nelle sue pagine come un mondo efficiente,
maturo, e soprattutto progredito in tutti i campi del sapere e della vita
civile. Gesù è un eversore tout court e lo dimostra il fatto che i
cristiani “quando sono stati
chiamati a riconoscere la majestas davanti al magistrato rifiutando di
farlo (si rifiutavano di bruciare un
grano di incenso di fronte alla statua dell’Imperatore, ndc) proprio per
non adorare l’Imperatore” si dimostrarono sovversivi dell’ordine
romano. Per quanto mi riguarda il discorso sul cristianesimo potrebbe finire qui, ma sarei un ingenuo se pensassi che un dibattito sulle religioni monoteistiche di origine asiatica possa esaurirsi in un articolo o in un libro. L’importante quindi è mantenere aperto e vivo un dibattito che, ripeto ancora una volta, era già stato avviato da illustri personaggi agli inizi del novecento (tanto per restare in epoca moderna). Molti italiani forse ignorano che il problema sollevato da Ida Magli e da lei stessa molto bene attualizzato alla luce degli ultimi avvenimenti politici, era stato già ampiamente esaminato; oggi però, ripresentandosi in tutta la sua drammaticità e pericolosità si illumina di una luce sinistra.
Nel 1914 Arturo Reghini di fronte all’invadenza del partito
clerico-nazionalista (laici e preti strettamente alleati) scrisse Imperialismo
Pagano invitando gli italiani a riflettere. Concluse così il suo scritto:
“Nazionalismo e cattolicismo sono termini antitetici persino
etimologicamente! Storicamente ed intrinsecamente il nazionalismo cattolico è
una assurdità! Noi esortiamo gli italiani sinceri a non volersi prestare al
giuoco della Chiesa Romana ; ed a costituire un partito imperialista
laico, pagano, ghibellino che si inspiri unicamente alla tradizione italica di
Virgilio, di Dante, di Campanella, di Mazzini.”.
Se oggi gli Italiani vogliono ritrovare la loro anima rinascimentale e romana,
devono riscoprire un’unità politica vera, non quella ingannevole proposta
dal potere. Devono
costruire un rapporto col mondo orientale ed ebraico diverso da quello
perseguito dalle potenze occidentali che sono l’espressione del
fondamentalismo cristiano in guerra con quello islamico per il controllo delle
fonti energetiche. L’Italia è l’unica potenza europea dalla quale dipende
il destino di tutte le altre Nazioni mediterranee e quindi deve avere il
coraggio di fare scelte coraggiose, di ricominciare a fare la storia, perché
dalla nostra debolezza nasce
l’arroganza e l’arbitrio degli altri i quali anche se meno dotati di noi
in termini civili e umani pur di sopravvivere e di continuare a regnare non ci
penseranno due volte a buttare nella spazzatura i valori veri della giustizia
e dell’umanesimo latino, esercitando contro di noi la violenza più bruta e
distruggendo quel poco che ancora resta della nostra intelligenza e della
nostra cultura. mystes
Viaggio
verso l’Iboga di Bia Labate
Africa
Sono atterrata all’aeroporto di Yaounde, capitale del Camerun, con l’obiettivo di raccogliere informazioni su una misteriosa radice africana alla quale si attribuiscono forti proprietà terapeutiche. La prima sensazione, atterrando, l’alito caldo e appiccicoso, é familiare. I pagne, vestiti tradizionali usati dai negri, ci fanno sentire per un momento a Salvador... ma presto ci si accorge che non é esattamente “la stessa cosa”. Bastano poche ore perché tutte le nostre referenze concettuali rimangano sospese nell’aria. Per il forestiero, non esiste nessuna coerenza o ordine estetico. Non ci sono strade e nemmeno indirizzi; il traffico é: ognuno per sé. Musica 24 ore al giorno. Uomini passeggiano (senza malizia) con le mani in mano per le strade. Nel camminare per la “città”, ti misurano, ti parlano e ti toccano. Come bianca, viene la voglia di essere invisibile. E’ difficile non avere uno choc in Africa, rimanere immuni. Ad un tratto, sembra che ci siamo svegliati da un sogno: esiste sotto i nostri occhi tutto un continente pulsando ed espandendosi con la sua povertà senza precedenti. In mezzo a questo scenario, mille modelli di belle e creative pettinature ammaliano e contagiano il turista con una sensazione di potente allegria, avvolgendo simbolicamente la forza di un popolo. L’iboga[1].
Non é stato difficile trovare la prima mutina di tale pianta. Trattasi di una radice sotterranea che arriva ad attingere 1,50m di altezza, appartenente al genere Tabernanthe, composto da varie specie. 650 di queste sono già state identificate nell’Africa Centrale. Quella che ha più interessato la medicina occidentale è la tabernanthe iboga, trovata soprattutto nelle regioni del Camerun, Gabon,, Repubblica Centrale Africana, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Angola e Guinea Equatoriale. L’arbusto cresce in aree della foresta tropicale, pantani o savane umide. Fiorisce e produce frutti durante tutto l’anno. Il suo principale alcaloide – si legga: principio attivo – é la ibogaina, estratta dalla corteccia della radice e che rappresenta 90% dei 30 alcaloidi trovati nelle radici di questa specie. L’iboga appartiene alla famiglia degli allucinogeni classici, tra cui il peyote, i funghi, l’ayahuasca e l’ LSD. Si crede che i pigmei abbiano scoperto l’iboga in tempi immemorabili. Fino ad oggi queste popolazioni la utilizzano in rituali nei quali difficilmente ammettono la partecipazione dei bianchi. Secondo gli scritti di uno specialista in questa pianta, l’italiano Giorgio Samorini, alcune specie di animali, tra i quali il mandrillo e il cinghiale si alimentano delle radici dell’iboga per avere effetti intorpidenti. E’ probabile che i pigmei abbiano scoperto le proprietà allucinogene dell’iboga osservando il comportamento curioso di questi animali. Nel 1901 la ibogaina fu isolata per la prima volta. Ci sono notizie che sarebbe stata usata in occidente dall’inizio del secolo nel trattamento dell’influenza, malattie infettive, nevrastenia e malattie che abbiano rapporto con il sonno. Nel 1962, Howard Lotsof, un giovane viziato in eroina alla ricerca di una nuova droga, scopre l’iboga. Dopo un viaggio di 36 ore, racconta che ha perso totalmente il desiderio di prendere eroina e non ha sentito nessun sintomo di astinenza. Ha somministrato la sostanza a sette amici anche loro viziati, e in cinque casi il risultato é stato lo stesso. Nel 1983 Lostsof ha descritto le proprietà anti-additive dell’ibogaina e nel 1985 ha ottenuto quattro patenti negli Stati Uniti per il trattamento di dipendenza da oppio, cocaina, anfetamina, etanolo e nicotina. Fondò l’International Coalition for Addicts Self Help e sviluppò il metodo Endabuse, una farmaco-terapia sperimentale che fa uso dell’ibogaine HCl, la forma solubile dell’ibogaina. Attraverso la amministrazione di un’ unica dose, il cui effetto dura due giorni, ci sarebbe una attenuazione severa o completa dei sintomi di astinenza, permettendo che il dipendente si disintossichi senza dolore. In secondo luogo, una ritirata o perdita del desiderio di consumare droghe per un periodo più o meno lungo di tempo.
I rituali di iniziazione della tradizione del Bouiti[2] Attualmente l’iboga é utilizzata da curandeiros tradizionali dei paesi del bacino del Congo e nella religione del Bouiti nella Guinea Equatoriale, Cameron e soprattutto nel Gabon, dove membri importanti delle gerarchie politiche e militari del paese sono adepti. Si approfitta principalmente della buccia della radice ma anche si attribuiscono proprietà medicinali alle foglie, alla buccia del tronco e alla radice. Nel Gabon, la radice e la buccia della radice si trovano facilmente nelle farmacie tradizionali e nei mercati delle principali città. Esiste là una ONG dedicata interamente alla iboga. Se mantenuta la tendenza attuale, la raccolta della specie selvaggia la sta mettendo a rischio di estinzione. L’iboga può essere utilizzata da sola o in combinazione con altre piante. E’ impiegata nei trattamenti di depressione, morsi di serpenti, impotenza maschile, sterilità femminile, AIDS e anche come stimolante e afrodisiaco. Nella credenza dei curandeiros locali, é efficace anche sulle “malattie mistiche”, come é il caso della possessione. Tonye Mahop, ricercatore del
Giardino Botanico di Limbe, racconta che “esistono vari registri di cura
della dipendenza dalla sigaretta, di mganga (marijuana africana) e di fofo (un
alcol locale concentrato, fatto di vite di palma) con l’iboga nei culti del
Bouiti. Il problema é che gli informatori non raccontano bene come preparano
e usano la pianta, esiste una parte della conoscenza che rimane sempre
segreta”. Esistono due tipi di Bouiti: il tradizionale (che rigetta il cristianesimo) e il sincretistico, il più diffuso. Il primo é praticato dai Mitsogho e il secondo dai Fang, ambedue gruppi Bantu. E’ probabile che durante il secolo XIX i pigmei abbiano trasmesso le loro conoscenze agli Apindji, che le avrebbero passate a loro volta ai Mitsogho, ambedue popolazioni del sud del Gabon. Questi gruppi elaborarono durante il secolo XIX un culto dei morti, il Bouiti tradizionale. Il Bouiti sincretistico o Fang fu elaborato all’epoca della prima guerra mondiale. E’ il prodotto di influenze del Bouiti tradizionale; del culto ancestrale tradizionale dei Fang, il Bieri (che utilizzava un’altra pianta allucinogena), e della evangelizzazione cristiana, soprattutto cattolica. Attualmente ci sono nove rami del Bouiti. Esiste un altro culto che utilizza l’ioga, l’Abri, ancora oggi pochissimo studiato. Questo é comandato da donne e si dedica al trattamento di malattie con l’ioga e altre piante medicinali. Abada Mangue Clavina é presidente dell’Associazione Bombo Ima et Bandeei (ASSOKOBINAC) del Camerun e leader di una chiesa Bouiti Dissumba Mono Bata a Yacunde, la cui base é il nucleo familiare composto dalle sue due moglie e 10 figli. Vi sono prières tutti i sabati. D’accordo con lui, esiste un trattamento specifico per la tossico-dipendenza con l’uso dell’iboga, che dura due o tre giorni, dipendendo dal paziente e dalla gravità del problema. Sono somministrate due, tre o quattro cucchiaini da caffè (da 4 a 8 g.) e un poco della buccia della radice (questa é raschiata e tagliata). L’ “iboga purifica il sangue. Abbiamo ottenuto successo in 100% dei casi”. I casi più difficili possono esigere un’ iniziazione,che ha come costo 200.000 mila franchi africani (CFA) a differenza dei 50.000 richiesti nel trattamento ordinario[3]. L’iniziazione dura tre giorni. Nell’apertura, il candidato confessa tutti i suoi peccati e fa un bagno rituale. Questo momento culminante della vita del bouitisita é segnato dalla ingestione a digiuno di una enorme quantità di eboka (può arrivare a 500g) e di ossoup, una specie di tè freddo fatto con la radice della pianta. Il gruppo accompagna il neofito durante la prière, dove tutti cantano, suonano e danzano per tutta la notte. L’iniziazione ha come scopo produrre un coma indotto – gli studiosi ancora non sono riusciti a definire con precisione il tempo di durata di questo coma. D’accordo con i praticanti, in un determinato momento lo spirito esce dal corpo e viaggia verso il piano della creazione, per il “lato di là”, cioè, visita il mondo dei morti. Può ricevere rivelazioni, cure o comunicarsi con i suoi ancestrali. La citar, l’ “arpa sacra”, orienta il viaggio e riporta lo spirito al corpo. Finita la cerimonia, il soggetto, rinato con una nuova identità – Bandzi, ‘quello che ha mangiato’ – deve raccontare con dettaglio le sue visioni ed esperienze. La differenza del rituale Bouiti da altri rituali di passaggio tradizionalmente studiati dagli antropologi, é che in questo caso, la morte é quasi reale (e non metaforica o simbolica), perché si esplora il limite concreto tra la vita e la morte. La curandera Nanga Nga Owono Justine, iniziata da 25 anni nel ramo Dissumba del Bouiti, spiega: “La Eboka é una scienza che corregge. E’ come una porta che si apre soltanto quando una persona muore. I neri hanno avuto la fortuna attraverso l’Eboka di visitare il luogo dove andremo quando moriremo, ma prima di morire – é una occasione per trasformarsi”. Sua madre, l’anziana Bilbang Nga Owono Christine, aggiunge: “per curarti devi essere convinto, sei tu stesso che ti curi. E’ necessaria l’intenzione, dell’eboka e della fede in Dio, che é il maestro di tutto”. Ricordando la sua stessa iniziazione, epoca in cui aveva una “malattia negli occhi”, raccontò che “una stella mi ha guidato fino ad un ospedale dall’altro lato, dove sono stata operata agli occhi. Vidi il mio spirito uscendo dal mio corpo e i medici operandomi. Tornai curata”. Può accadere che si muore nei rituali di iniziazione del Bouiti. Secondo Calvin, questo può succedere dovuto a diversi fattori. Uno di essi é l’incompetenza o mancanza di capacità del guerisseur. Un altro é che l’eboka non può essere amministrata a un malato che sia molto debilitato fisicamente. Finalmente, “se il malato che fa l’iniziazione é uno stregone, durante il viaggio astrale il suo spirito vuole andare verso la zona dell’oscurità. Egli si può perdere durante il cammino e non riuscire a tornare, causando la morte del corpo fisico”. I Fang conoscono un antidoto, una foglia che annulla l’effetto dell’eboka, che chiamano Ebebing. La
versione scientifica. La letteratura scientifica sull’argomento é controversa. Si sa che l’ibogaina produce ataxia (perdita dell’equilibrio corporeo), tremori, aumento della temperatura corporea, della pressione e della frequenza cardiaca. Studi su topi e primati dimostrarono che l’ibogaina in quantità di 100mg/kg é neuro-tossica (la dose utilizzata nel trattamento di Lotsof é normalmente di 25mg/kg). E’ diversa da altri medicamenti nella misura in cui é l’unica sostanza conosciuta che agisce direttamente sul meccanismo della dipendenza nel corpo umano. Intanto, non si sa esattamente il suo grado di efficacia: ci sono casi di ricupero e di fallimento del trattamento. Non esiste nessuno studio scientifico che comprovi che l’ibogaina cura la dipendenza, soltanto evidenze aneddotiche – che non sono poche. Per intendere il problema in maniera semplice: una sostanza é considerata sicura per l’uso umano se, applicata in dosi superiori a 10 volte in un animale, non presenta grado di tossicità. Nel caso dell’iboga, sono stati constatati effetti neuro-tossici in dosi fino a 4 volte superiori, cioè, non esiste un margine di sicurezza sufficiente. In effetti, così come ci sono racconti di morti nei culti di iniziazione Bouiti con l’iboga, ci sono stati tre morti nel trattamento non controllato di tossicodipendenti con ibogaina in Olanda, Francia e Svizzera. Ma non mancano entusiasti delle sue virtù e in una rapida incursione in internet é possibile trovare diversi racconti di cura di dipendenza con l’ibogaina. I trattamenti con ibogaina non sono autorizzati negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia o Svizzera. Anche così sono usati clandestinamente in stanze d’alberghi e appartamenti. In Panama, l’istituzione guidata da Lotsof fa pagare 15.000 dollari il trattamento; in Italia, il costo é di U$D 2.500, e negli Stati Uniti varia tra 500 e 2.500 dollari. In Israele l’iboga é base di una ricerca per l’uso nel trattamento della “sindrome del post-guerra” che colpisce i soldati. D’accordo con l’italiano Antonio Bianchi, medico e tossicologo in prodotti naturali, l’ibogaina “agisce su una quantità incredibile di ricettori neuroni . La sua caratteristica fondamentale é la sua azione sulla NMDA (N-metil-D-aspartate). Questi ricettori sono presenti soprattutto in due aree: l’ippocampo, che controlla la memoria e i ricordi, e la sensibilità (proprioceptive) propriosettiva, parte responsabile della sensazione che abbiamo del nostro corpo fisico”. Se questi ricettori sono bloccati, la persona costruisce un’immagine dell’ “io” che non è in rapporto con l’io fisico, cioè, sta fuori del corpo. Questo sarebbe il meccanismo neurofisiologico del “viaggio astrale”, il punto d’incontro tra la teoria nativa e la scientifica. “In queste condizioni, l’uomo tende a costruire quello che é definito come una bird eye image, cioè, il soggetto assume una proiezione di se stesso a partire da una posizione dall’alto”, afferma il medico. Questa sensazione non è provocata soltanto dall’ibogaina. Può essere prodotta anche dalla ketamina, un anestetico endovenoso, o essere risultato di uno choc, una meditazione profonda ecc. La medicina sta facendo crescente attenzione a un fenomeno conosciuto come “near death experiences”, persone che passarono vicino alla morte. Esistono racconti di fatti in questo tipo di esperienza: la presenza di una luce infinita che é la propria divinità, incontro con morti, visione panoramica della propria vita passata ecc. Scientificamente, la spiegazione é che il cervello, quando sottomesso ad un enorme stress (come in un attacco cardiaco, per esempio) produce allucinazioni, ricostruendo immediatamente un mondo fantastico. L’iniziazione con l’iboga sarebbe una esperienza di questo genere. In effetti, alcune descrizioni bouitiste sul “mondo di la” coincidono con i racconti delle persone che passarono attraverso una esperienza prossima alla morte. Per i mistici, al contrario, questa é un’evidenza che l’altro mondo esiste davvero, la continuazione della vita dopo la morte.
La profezia Bouiti
Esiste una profezia Bouiti, sorta negli anni ‘40 – periodo in cui
missionari cattolici colonialisti francesi investirono severamente contro il
culto – di che questo si sarebbe diffuso, unendo tutti i popoli neri del
mondo. Per questo, i boutisti sono aperti alla iniziazione dei bianchi. Negli
ultimi anni, diversi stranieri, soprattutto francesi, si sottomettono all’
esperienza. La curandera Justine commentò, tuttavia, che “abbiamo
già constatato che gli europei non hanno lo stesso organismo nostro. E allora
facciamo un trattamento più leggero, non si può dare la stessa quantità di
eboka che diamo ad un africano. Quando vediamo che la persona ha già
viaggiato ci fermiamo.”. Ho partecipato ad una prière e ho ingoiato un cucchiaino di iboga. L’effetto è stato fortissimo, della durata di 24 ore. Non posso dire di aver capito molte cose, a parte di aver considerato il rituale abbastanza stancante. La sensazione è stata che il Fang ha ragione, l’ iboga è qualcosa che non ha niente a che vedere con questo mondo, ma ha qualcosa a che vedere con il mondo dei morti. E’ rimasta solo una grande curiosità – e paura – di sottomettermi a un’iniziazione. L’Africa da sola è già abbastanza inebriante.
Post scriptum
Poco dopo aver terminato questo scritto, il mio compagno di viaggio
scoprì di aver la malaria. Restai “presa” durante 6 giorni nel nord del
paese, in una regione musulmana (ho scoperto che un uomo può avere fino a 4
mogli). Savana: calore e molta polvere. Le diverse medicine usate non stavano
avendo effetto. Prosegue il trattamento. L’Afrique c’est dure.. Yaounde, febbraio 2001. (traduzione di Emirene Armentano) [1] La grafia varia dipendendo della regione: eboga, eboka, iboga, liboka, ébogé. Ci sono ancora denominazioni come mdombo, bondo, dibuyi, tra altri. Iboga é il vocabolo più “universale”. [2] Bouiti é la grafia in francese, in inglese é Bwiti e in portoghese sarebbe Bouiti. Ho deciso di mantenere l’originale a causa dei dubbi. [3] Nel febbraio del 2001, 1 dollaro degli S.U. equivaleva a 720 CFA. * Beatriz Caiuby Labate, nata a São Paulo (Brasile) il 6 maggio 1971 è laureata in Scienze Sociali all’Università di Campinas (Stato di São Paulo). Nel 2000 ha conseguito il maestrato in Antropologia Sociale nella stessa Università. Ha curato i libri: “O uso ritual da ayahuasca” [“L’uso rituale dell’ayahuasca”] (Mercado de Letras, 2002) ed “O uso ritual das plantas de poder” [L’uso rituale delle piante di potere”] ed è autrice del libro “A Reinvenção do uso da ayahuasca nos centros urbanos” “La reinvenzione dell’uso dell’ayahuasca nei centri urbani” (Mercado das Letras, 2004). E’ membro del NEIP (Nucleo di Studi Interdisciplinari sugli Psicoattivi, www.neip.info). Nel febbraio di quest’anno ha fondato l’Istituto privato “Alto das Estrelas” (http://alto-das-estrelas.blogspot.com) ubicato in Pedra Branca, Caldas (Stato di Minas Gerais, Brasile) che promuove ricerche antropologiche, scambi tra ricercatori, convegni, congressi, eventi, nonchè la ricerca per la coltivazione e la preparazione di specie vegetali. Si oppone alla politica proibizionista contro le droghe. In occasioni speciali, l’Istituto “Alto das Estrelas” organizza incontri con discussioni diverse sull’utilizzo delle piante sacre, condotti da esperti, e incoraggia il dialogo tra la scienza e la spiritualità. IL
MISTERO DI ISRAEL Manlio Magnani
Il
cosiddetto “mito dell’Olocausto” rappresenta ai nostri giorni,
nell’ambito della cultura occidentale, una continuità in chiave
salvifico-escatologica con la pratica del
sacrificio cruento secondo cui il
popolo ebraico si è immolato rinnovando, attraverso lo spargimento del
sangue, il suo patto col Dio del Vecchio Testamento, un dio vendicativo e
crudele, la cui ira può essere placata solo con l’offerta aromatica e
rituale del sangue. (Olókautos,
dall’ebraico ‘olah, era il
sacrificio che veniva dedicato completamente a Jahveh con la combustione
totale della vittima. Levitico, 6,16).
In questo scritto di Manlio Magnani (1881-1943), che appare sul
“Flauto di Pan” per la prima volta, si parla del “Mistero di Israel”
come di un fenomeno strettamente connesso alla cacciata dell’uomo dal
Paradiso terrestre un mito che, nonostante le apparenze e le similitudini, non
ha nulla in comune con l’involuzione umana
dall’età dell’oro ai tempi ultimi dell’epoca nera.
Destino terribile è quello
di Israele (e delle religioni da esso rampollate), la crescita delle quali
in potenza, influenza e
notorietà non può essere motivo di allegria
per gli uomini, bensì rafforza la certezza essere
questo il tempo, come lo
stesso Magnani fa capire, prossimo
“all’ora segnata dal Fato”.
Consapevoli di tale destino e della impossibilità di mutarlo
(per decreto divino) gli ebrei, individualmente e collettivamente, di epoca in
epoca, assumono nella società i ruoli politici, morali, culturali
e religiosi destinati
fatalmente a dare un’accelerazione al processo di chiusura del ciclo.
Nel mondo delle religioni monoteistiche è probabile vi siano comunque singole
personalità o gruppi autonomi i quali, pur a conoscenza di questa situazione,
non possono far nulla per
opporvisi, e attendono che dal ribollente caos in
cui precipita la gran
parte delle amorfe masse umane, emergano le luci e i fuochi destinati ad
annunciare e a re-iniziare una nuova età dell’oro. (ignis)
Per avvicinarsi alla possibilità di comprendere il cosiddetto
"Mistero d'Israel" o anche "Mistero Giudeo", bisogna prima
di tutto uscire fuori dalle logomachie etniche, storiche, sociali, religiose,
politiche, linguistiche, ecc., poi bisogna abituarsi un poco alle indagini nel
mondo spirituale e a comprendere i segni, - che per gli umani quando
percepiti, il che già è immensamente difficile e raro - sono sempre simboli
ed enigmi. L'umanità è come una massa polimorfa. Resta tale malgrado le
innumerevoli differenziazioni, quelle differenziazioni che sono gli scogli
contro i quali le scienze umane, la ragione e i sentimenti umani, si affannano
con lena e sforzo ammirabili, ma inutilmente. Per il conoscere razionale è
mistero l'essenza del genere umano, sono misteri la ragione d'essere e
l'essenza delle sue differenziazioni: specie, razze, popoli, comunità,
famiglie etc. come sono un mistero le differenze e variazioni degli individui,
tanto biologicamente quanto psicologicamente. Per
comprendere l'essere ed il modus operandi di quella massa bisogna
risalire più in là di essa e della stessa sua origine immediata. Vi
è una sostanza primordiale, alla quale furono dati diversi nomi, come luce
astrale, elemento adamico,ecc.. Parlando qui di Israele o di Giudei potremo usare l' espressione mosaica di "elemento adamico" dato che con la parola "Adamo" si intende il principio di umanazione, come intese lo stesso Mosé. Quella sostanza è passiva, se considerata isolatamente, ma piena di movimento e di vita se considerata come veramente si incontra, cioè in contatto con l’Essere puro. La formula del binomio è data da Mosé così: הרהו. Il י è l'Essere; הרה è quella tale sostanza. Il simbolo è triplice per indicare la capacità di vita e quelle spaziali e temporali che le sono inerenti, come pure per indicare che essa costituisce i tre mondi della manifestazione: mercuriale, lunare, saturniana. Quel binomio rappresenta il verbo nell'aspetto b a r a o creativo o manifestativo. Considerandosi il י centro e realtà unica, la manifestazione sarà come una proiezione che partendo dal punto di coincidenza binomiale percorre, agita, muove tutta la הרה descrivendo una certa traiettoria, al fine della quale torna là donde partì, cioè al Verbo. La proiezione di cui parliamo è una successione di innumerevoli atti o fasi formative; in ognuno dei quali tenta riprodursi l’ unica realtà veramente fondamentale di tutto il processo in una maniera imitativa, cioè tenta riprodursi una somiglianza del binomio originale. I tentativi continuano
ininterrottamente finché è raggiunta una riproduzione il più possibile
somigliante. Arrivata lì ha toccato
il suo punto limite. Comincia allora il movimento di ritorno. Le formazioni di cotesto elemento adamico si realizzano nel mercuriale,
nel lunare e poi si concretizzano fenomenalmente nel saturniano. Noi vediamo
appena la manifestazione nel saturniano. E qui l'elemento adamico produce
prima il regno minerale, tutto il cosmo fisico, poi il regno vegetale, poi
l'animale, quindi l'ominale. Nel regno ominale troverà il punto e la forma limite: prima in
individui singoli capaci di raggiungere lo stato Verbo (alta iniziazione), poi
in una umanità o parte di umanità in condizione di arrivare in congiunto a
tale altezza (i vivi che saranno separati dai morti, secondo l'Evangelo). *
* * Quanto precede deve essere considerato una premessa necessaria. Punto e forma limite si trovano nell'uomo individuo e nella umanità perché in questi, a differenza di quanto avviene nei minerali, nei vegetali e negli animali, sono presenti in una sintesi unica fattori ed effetti, cause e prodotti dei tre mondi, saturniano, lunare e mercuriale - e quindi anche una possibilità virtuale di sentire l'influenza dell'Essere (del י ) in modo analogo (analogo, non uguale) a quanto avvenne in principio, cioè sul binomio originale. Atto appariscente della realizzazione di codesti stati successivi è la capacità creatrice. Nei minerali il mondo riconosce appena processi formativi fisici e chimici, nei vegetali capacità riproduttrice e creatrice di forme, negli animali le riproduttive e una certa attività animica e psichica, nell'uomo oltre a tutto ciò una capacità razionale e di creazione intellettuale. Orbene solo dopo che tutte le capacità possibili sull'uomo sono state non solo raggiunte, ma superate, si arriva proprio al punto limite, sul quale si presenta la possibilità del ritorno allo stato Verbo. Ogni grande Iniziato ha già superato la somma e il maximum di tutte quelle possibilità. La umanità deve fare altrettanto; però essa lo farà nella guisa possibile e propria a un complesso collettivo di esistenze. Per l'umanità il momento di toccare quel punto limite si avrà necessariamente solo alla fine della massima caduta nella materializzazione, cioè alla fine dell'epoca del Ferro o Kali Yuga, perché la creazione intellettuale dell'uomo deve prima esaurirsi in opere sulla materia e nella materia, usando le forze della stessa materia (cioè le cosiddette energie naturali) in unione con le mercuriali proprie. Oggi, assistendo noi al trionfo del macchinismo, della fisica e della chimica, proviamo con ragione un duplice e in apparenza contraddittorio sentimento: - di dolore perché esso rappresenta una materializzazione della vita e dell'individuo quasi bestiale; - di gioia perché questa bestialità inumana è il preludio necessario del prossimo risveglio spirituale. La macchina, creazione senza spirito, rappresenta per l'umanità ciò che la bambola rappresenta per la bambina innocente: oscuro, inconscio presentimento della maternità reale e di cosa viva di domani.
* * * A codesta maternità reale e vitale di domani hanno pensato i fondatori delle grandi religioni nel decorrere dei millenni dell'Epoca Nera. E il loro pensiero informa in diversi modi le opere religiose fondamentali. Sono stati veri Iniziati o si sono tenuti nella linea indicata dagli Iniziati custodi della Sapienza Sacra. Ma alcuni Iniziati e alcuni fondatori di religioni hanno anche fondato istituzioni umane predestinandole a corroborare le azioni che saranno fatalmente operanti quando l'umanità, o parte di essa, avrà raggiunto l'apice donde comincia il movimento di ritorno. Siccome l'argomento è il “Mistero d'Israele” dirò di Mosé e del popolo d'Israele; però al fine di evitare l'errore di considerare questo esempio o fatto, unico, dirò pure, sebbene solo molto fugacemente, anche del Giappone. Più
di due millenni or sono fu fondata la dinastia giapponese. Chiusa e separata
dal resto del mondo per duemila anni aspetta l'approssimarsi dell'ora. Oggi
essa inizia la meccanizzazione dei popoli gialli. In pochi decenni essi
diventeranno saturi di meccanica, di chimica e di fisica in eguale livello con
i popoli bianchi. Quale la ragione recondita? Quella dinastia si è preparata ed ha
aspettato, nel corso di due mila anni, per il momento in cui deve scuotere la
razza gialla affinché anche essa sia pronta, abbia con rapido moto creata la
propria maniera di partecipare con i bianchi alla possibilità del prossimo
cammino di ritorno verso il Verbo.
Questo e null'altro il significato di ciò che esternamente pare
soltanto azione politica intesa al dominio asiatico dell'Impero del Sole
Levante. E Mosé? e gli Israeliti? Mosé è un gigante la cui opera ha insieme aspetti divini e demoniaci, aspetti di magia nera e di magia solare: ciò per chi resta alle apparenze. Osserviamolo più da vicino. Sceglie, elegge uomini di varie tribù, probabilmente residui di una emigrazione atlantidea; uomini apparentemente insignificanti, ma portatori per Mosé, di certi dati atlantidei tuttavia non molto deviati o corrotti. Ne fa un popolo, usando tutte le violenze e tutti i mezzi, un popolo sui generis al quale impone la più tragica delle religioni, quella della discesa, della caduta. Ma gli insinua un senso
tutt'affatto speciale di interpretazione
dell'occulto o divino e di profezia. E affinché quello che egli lascia
intravedere nei libri e nelle parole, e soprattutto ciò che vuole ma non
dice, tutto sia realizzato nei secoli, vincola perennemente tutti i
continuatori e discendenti di quel popolo a una inconscia obbedienza, a
una incompresa fedeltà. Non esita, per assicurare il raggiungimento del fine,
ad esigere individualmente il sottile aromale effluvio di stille di sangue
vero da tutti i figli di quel popolo, per un lungo corso di generazioni e di
secoli. Alla
fase apicale della Età Nera doveva prodursi un fatto atto a vivificare a
rinvigorire il rapporto fra il mercuriale dell'elemento adamico fondamentale e
il mercuriale della nuova umanità fenomenale. Tramite, via, cammino per
questo il sangue e il seme, il corpo e l'anima di un popolo in cui conservate
certe qualità atlantidee si fossero innestate speciali attitudini interiori
ed esteriori: ad esempio la perenne nostalgia
di cose del mondo e della parola di Dio, l'anelo al futuro e la
profezia. Tale
è Israele. E il fatto era l'apparizione dell'Essenismo e dal seno di esso quella di Gesù. L'Essenismo
è una sublimazione dell'Israelismo. Gesù è il fiore
sorto nel suo seno. Mosé sapeva e voleva preparare l'evento. Per esso operò, per esso fece sorgere il profetismo annunciatore del Messia. Mosé sapeva che l'apparizione di Gesù annunciava, non segnava, il momento apicale, e perciò che tale apparizione sarebbe passata incompresa sia a coloro che inconsciamente collaborarono nel prepararla sia a coloro che dopo si sarebbero fatto emblema del suo nome credendo di averne compresa la parola. E perciò volle che Israele continuasse ancora dopo quell'evento. Un’apparente
antinomia divise infatti subito Israele e
Cristianesimo. Se
Gesù è il Cristo, il Messia è venuto dicono i cristiani. Ma gli Israeliti
rispondono: quando viene il Messia si avvera per il mondo il Regno di Dio. L'antinomia
si risolve facilmente. Se dovettero passare 42 generazioni perché dal seme di
Abramo sorgesse Gesù, uguale o
maggiore numero di generazioni devono passare dall'apparizione dell'Annunciatore
alla realizzazione dell' Annunciato. L'Annunciatore appare quando il
corso ciclico deve essere accelerato o impulsato o guidato in un modo
speciale, perché l'ultima parte del cammino è la più importante e la più
difficile. Per il mondo giallo la Dinastia del Giappone, per il mondo bianco
Israele sono i veicoli dell'Annunciazione. E dalla stessa sapienza mosaica
promana un altro ramo ausiliare, il mussulmanismo che estendendosi in Asia e
in Europa è come un ponte fra Gialli e Bianchi per riunirli nell'ora segnata
dal Fato. L'ora ormai sta per suonare. In
quell'occasione tutte le missioni sono compiute e per conseguenza esaurite;
quella della dinastia giapponese, quella di Israele, quella di Paolo che non
comprese appieno Gesù ma compensò la insufficienza ebraica creando con
l'antinomia una specie di equilibrio. L'Annunziato
sarà Realtà. Allora l'apostolo predestinato perché figlio del Tuono, dopo aver
taciuto 2000 anni riprenderà la sua cattedra completando il Vangelo che
dovette lasciare sospeso. -
In principio era il Verbo e il Verbo fu fatto carne... disse allora. Adesso aggiungerà: - Dalla carne
sublimata per il fuoco dello spirito, sale una luce, sale un fremito,
un'ansia, una volontà, una certezza che volge al Verbo. Dalla carne si
ritorna al Verbo. Tutti i vivi sono nella verità e nella vita piena.
*
* * Israel deve permanere finché l'Annunziato sia realizzato, perché fino
all'ultimo istante della vigilia è necessario il fermento e l'ormone che
emana dalla sua antica anima atlantidea, manifestato nella perenne
contraddizione della nostalgia divina e umana, dell’amore della Terra
e dalla fede nella Tora.
San Paolo, 1940
IMPERIALISMO PAGANO
Arturo
Reghini - IMPERIALISMO PAGANO E TRADIZIONE ITALICA - Associazione Culturale
IGNIS, 2004
Il titolo Imperialismo Pagano dato da Reghini all’articolo che apparve
per la prima volta nel 1914 sulla rivista Salamandra prospettava
l’idea di un movimento politico e spirituale.
Da una felice intuizione come questa che si era affacciata nella
mente di R. fin dai primi anni del Novecento (“Basandoci sopra la
tradizione e la conoscenza iniziatica italiana, noi volemmo e pronosticammo
sin da quindici anni fa l’avvento fatale di un regime e di un indirizzo
imperialistico italiano”. Atanòr, Ai lettori, 1924), Reghini passò
alla formulazione di un vero e proprio programma politico, che a molti sembrò
utopistico e insensato, poiché il
regime (come egli lo chiama) che ne doveva risultare poteva essere
realizzato solo “dagli eredi legittimi dell’antica sapienza, e non da coloro
che vanno sempre più esasperandosi in una civiltà di tipo meccanica
industriale”. Nella quale
“civiltà di tipo meccanico industriale” da lui deprecata possiamo riconoscere
oggi come ieri governi ed uomini
politici i quali nel gonfiarsi il
doppiopetto di “civiltà occidentale” non fanno altro che parlare a nome di
una sottospecie di “civiltà” che non discende certamente dalla sapienza e
dalla spiritualità romane.
Al ripresentarsi in Italia, nel 1924, di una situazione politica molto simile
a quella che precedette la prima guerra mondiale, Imperialismo Pagano
fu ristampato su Atanòr
preceduto da una introduzione che ne spiegava le ragioni. Anche
se l’Italia di oggi non ha alcuna speranza di rinverdire i suoi gloriosi
trascorsi imperiali, non è fuori luogo
riassumere in questa breve recensione di questo libro la genesi e lo
sviluppo dell’idea imperialista così come si era andata sviluppando
attraverso il lavoro della scuola iniziatica e pitagorica di cui faceva parte
il Reghini, la quale, in poco tempo aveva acceso di entusiasmo il cuore di
alcuni onesti italiani, fiduciosi in un ritorno dell’Italia al suo
glorioso passato; ed inoltre
prospettare qualche analogia con la situazione presente che dà un
carattere di attualità alla concezione reghiniana. “Esiste
oggi un partito col quale la coscienza nazionale possa identificarsi?”
– si chiedeva R. nel 1924, domanda
alla quale dava una risposta decisamente negativa. Il partito che
allora si definiva nazionalista non offriva sufficiente garanzia e
affidamento a un ritorno dell’imperialismo perché, essendo di carattere
clericale, rappresentava al contrario un pericolo per l’avvenire dell’Italia. Osservando
la situazione politica di oggi, possiamo notare per linee generali che quella
parte politica che non subisce l’influenza massiccia della Chiesa e del
clericalismo, si trova sottoposta all’influenza e alle decisioni di potenze
straniere e delle sette a queste collegate. Dalla padella nella brace.
Senonchè tra gli anni venti ed oggi c’è stata di mezzo una guerra mondiale
perduta e se la Chiesa come religione mantiene la sua struttura gerarchica e
autoritaria, in politica ha sposato di buon grado il sistema
democratico-parlamentare dei suoi antichi avversari condividendolo con gli
altri partiti che non si curano più di una vera e propria coscienza
nazionale. In poche parole gli italiani sono diventati tutti figli di Dio o figli di Colombo. In quale
spazio politico si dovrebbe allora collocare un movimento politico che si
riallacci all’Imperialismo Pagano auspicato da Reghini? Lo
stato pagano, uno stato essenzialmente laico, fu distrutto da un virus
mortale chiamato cristianesimo che si era sparso nell’Impero, ancor prima che
le invasioni barbariche gli
sferrassero il colpo di grazia. Lo stato pagano fondava il suo potere sopra
le necessità sociali dei popoli e sul diritto puro. Per dirla in termini
moderni, si trattava di uno stato
socialmente avanzato che regolava la vita dei popoli rispettandone le
tradizioni e amministrando correttamente la giustizia. In questo non aveva
remore religiose o cedimenti morali. Come
suo costume e come d’altronde
l’argomento richiede Reghini parla e
scrive senza peli sulla lingua, non potendosi indugiare in bizantinismi e
contorsioni sentimentali su una pagina così tragica della nostra storia
nazionale. L’analisi di R. si rivela estremamente precisa, anche se la sua
critica alle idee e ai movimenti che distrussero l’impero romano per mezzo
della propaganda e del proselitismo sarà di difficile comprensione da parte
dei moderni, abituati a vivere e a dipendere dalla propaganda e dalla
pubblicità sia nel campo economico e sia, quel che è peggio, in quello delle
idee. E’
convinzione diffusa tra gli studiosi che si sono occupati dell’ Imperialismo Pagano di Reghini che esso sia un saggio datato e
poco utile a chi si confronta con la realtà del mondo di oggi. A mio avviso è
solo una scusa per sbarazzarsi di uno scritto scomodo e non conformista, che
per questo offre numerosi spunti di
riflessione e di confronto con la situazione attuale. Che
Imperialismo Pagano non significasse un ingenuo e acritico ritorno al
passato, ma una continuità spirituale con l’idea indistruttibile della
civiltà latina e della romanità, lo dimostra il fatto che sotto le apparenze e i linguaggi molto diversi R.
collochi su una medesima linea uomini come Pitagora, Dante, Mazzini
riconoscendo in Dante il vero alfiere ghibellino dell’imperialismo pagano
moderno, che nella disputa tra Papa ed Impero non aveva mai esitato a porsi
dal lato dell’Impero. Il
problema del cristianesimo
continua ad assillare il
quadro politico europeo – ne abbiamo avuto un esempio recente nelle pressioni
fatte dal Vaticano perché fossero ribadite le radici cristiane nella nuova
Costituzione europea, ma che il Parlamento europeo ha decisamente respinto
approvando una carta costituzionale libera da riferimenti espliciti a culti e
religioni - senza peraltro che la
religione possa più dare contributi politici moderni e costruttivi. La
crisi di identità che attraversa la civilizzazione cristiana si riflette
inoltre sulla coscienza nazionale svuotata e incapace di produrre stimoli e
soluzioni nuove ai problemi del Paese. ”La
coscienza del pericolo fece sentire
la necessità anche per l’Occidente della unità politica…” scrive Reghini
in Imperialismo Pagano. Il pericolo di cui parla proveniente dal mondo
islamico e che minacciava l’Occidente è ben presente anche ai nostri giorni e
se allora indossava l’abito di un pericolo etnico-religioso oggi veste quello
cosiddetto terroristico; ma a differenza del passato tale minaccia non è rivolta in maniera
esplicita contro l’Europa, essa si configura come il risultato di uno scontro in atto tra l’Islam e una potenza posta ad
ovest dell’Europa che è entrata in rotta di collisione con i paesi arabi per
i noti motivi dello sfruttamento delle fonti energetiche. Pur
essendo a criterio di molti Europa ed America una unica civilizzazione tenuta
insieme dagli stessi interessi culturali e materiali, c’è chi vede in questo
sodalizio internazionale inter-atlantico, nei termini in cui si è sviluppato,
una vistosa anomalia che se non dovesse essere risolta potrebbe essere causa
per l’Europa di molteplici dispiaceri. Ma
se l’Europa non corre alcun pericolo dall’est, per quale ragione dovrebbe
tornare all’unità politica dell’Impero? E’ immaginabile un nuovo impero
europeo che faccia da cuscinetto tra est ed ovest? Non sarebbe meglio
per l’Europa in questa fase della sua
storia lasciare alla potenza dell’Ovest l’onere di togliere le castagne dal
fuoco e mantenere una posizione neutrale e pacifica? Se
è ben conosciuta da un lato la storia
dell’Islam e dei popoli medio-orientali e di loro si sa tutto e bene e si sa
anche dove e come vogliono e possono arrivare, altrettanto non si può dire
del Nuovo Mondo al di là dell’Atlantico: quali sono le sue mire, dove vuole
arrivare, e sarebbero in ogni caso le sue mire compatibili con una rinnovata
unità politica dell’Europa? Fino a che punto non si sta formando una nuova
coalizione decisa ad imporre la sua
egemonia (anche eventualmente per interposta persona) sul continente europeo? Roma
è ancora oggi la capitale del cattolicesimo e sarebbe interessante capire se
le relazioni tra Vaticano e resto del mondo
stiano accelerando quel dialogo tra le tre religioni
monoteistiche finalizzandolo alla spartizione dell’Occidente. Ecco allora che
il pericolo che sembra essere inesistente ad ovest si ripresenta in tutta la
sua drammaticità e concretezza da est: ma non più nelle forme in cui eravamo
abituati a vederlo finora nella storia passata. E’
per questa ragione che l’Imperialismo Pagano di R., sulle spinte che
si registrano dentro l’Europa, potrebbe acquistare una nuova chiave di
lettura e il suo messaggio potrebbe far capolino nel desiderio che sta
avvertendo l’Europa di ritrovare la sua unità politica; il nostro pensiero
non può che andare alla sacra Roma dei Cesari e al destino imperiale divinato
da Virgilio e confermato da Dante. Un’unità che si dovrebbe realizzare all’insegna
della universalità pronosticata dai nostri padri latini e non della
globalizzazione voluta dai mercanti d’oltre-atlantico. Dall’oriente
allora non verrebbe più una minaccia di ordine religioso (non dimentichiamo
che l’islamismo è un rampollo dell’ebraismo e del cristianesimo), quanto di
ordine politico e militare, cioè di quel nuovo ordine mondiale che si prepara
a varare il Grande Medio Oriente. In
questo quadro molto cambiato rispetto a quello disegnato da R. nella sua
premessa ad Imperialismo Pagano l’Italia si trova in una situazione di
estrema debolezza, conseguenza come sappiamo di una guerra perduta e di una
politica nazionale di sottomissione ai poteri forti. Ma gli altri paesi
europei non si trovano in condizioni molto migliori. Sicchè se una vera unità
politica dell’Europa ha da realizzarsi essa non può essere se non sotto l’insegna dell’Imperialismo
Pagano e perché questo avvenga un movimento di risveglio non può che partire
da Roma e dall’Italia. Data
la mentalità degli orientali, gli europei potrebbero riguadagnare la loro
stima e il loro rispetto e non soltanto essere dagli orientali temuti in
virtù della loro superiorità materiale e scientifica, solo se l’Occidente e
segnatamente l’Europa ricostituisse la sua unità politica e spirituale che la
restituirebbe non al ruolo delle
antiche crociate, ma alla sua vera funzione civilizzatrice. “La necessità di sostituire al Chaos europeo e mondiale un unico governo,- scriveva Reghini - che liberi l'Europa ed il mondo dalle spaventose conseguenze di una nuova conflagrazione, che può scaturire dalle competizioni dei varii stati in cui l'Europa è divisa, comincia ad essere universalmente sentita. L'Occidente aspira a ricostituire la sua unità, cui forse sono legate anche le sorti della sua civiltà. E poiché questa deriva dalla civiltà che l'impero romano estese nella sua universalità al mondo allora conosciuto, ed è in fondo ancora civiltà romana, sembra abbastanza giustificato di riportarsi a Roma da cui essa scaturì, e venne attuata e diffusa, come a suo centro e perno”. Molti
si chiedono: ci sarà o non ci sarà lo scontro tra Oriente ed Occidente? Io
credo che al momento sia una domanda prematura e fuorviante. Se il vicino
oriente di religione islamica si “americanizzasse” per effetto di una
massiccia aggressione nordamericana, a scomparire non sarebbero i popoli che
abitano questa regione della terra e che con l’Europa hanno avuto sempre rapporti di buon vicinato. Il
vicino oriente resterà sempre quello che è e la resistenza alle invasioni occidentali e alla penetrazione israeliana costringeranno l’Europa a
ritrovare la sua unità, anche se non lo volesse, per imprescindibili ragioni
geopolitiche. Questa unità per le stesse ragioni geopolitiche non può sorgere
intorno a un baricentro spostato verso ovest, dovendo concludersi che non
potrà che sorgere intorno a un’idea di Impero e di un Impero Pagano, moderno,
con un’idea sacra e romana del diritto, nel rispetto rigoroso della libertà e
delle tradizioni dei popoli, e con un’organizzazione economica socialmente
avanzata. La
fatalità di un tale evento futuro sta nei seguenti fatti:
Inoltre,
i bisogni crescenti degli uomini non faranno che indebolire sempre più i
valori effimeri soppiantati da nuovi e più seducenti idee, senza che la
religione trovi più per combatterli gli argomenti e la forza in altri tempi
usati per distruggere i pagani e i movimenti ereticali. Osservando
le immagini dei massacri e delle violenze che ci arrivano dai numerosi fronti
di guerra possiamo ben dire parafrasando la celebre frase di Nietsche “Dio è
morto”, Cristo è morto. Con lui sono morti carità cristiana ed amore
del prossimo. Si sente di conseguenza il bisogno di un ritorno a valori e a
sentimenti più genuini, idee e sentimenti che non si inventano dall’oggi al
domani, ma che gli uomini civilizzati possono ricercare scavando nel fondo
della loro coscienza fino a raggiungere quella profondità non lambita dal
ferro e dal fuoco del fanatismo politico-religioso. Da
questi ancestrali ricordi si risveglierà l’idea e si formerà un movimento per
una civiltà giusta e senza guerre di
religione. Nell’elenco
dei nomi che Reghini elaborò, facenti
parte della catena imperiale, pitagorica e romana Mazzini è citato, per
ragioni cronologiche, per ultimo. “Anche Mazzini come Virgilio e come Dante, che amò, studiò e comprese più di tanti illustri professori, diceva essere l’Italia destinata da Dio a dominare sopra le genti, a dare al mondo da Roma la luce di una terza civiltà…”. Era diffusa tra i patrioti italiani propugnatori
dell’unità nazionale la convinzione che con l’unificazione italiana Roma,
abbattuto il potere temporale della Chiesa, sarebbe tornata a brillare di
luce propria. Imperialismo
Pagano è un saggio breve e, nello stile reghiniano, asciutto, conciso e
solenne. Egli stesso sentì la necessità di giustificarsi con i suoi lettori
scrivendo che gli premeva “esporre in una visione sintetica l’immutabile
paganesimo dell’imperialismo pagano”. Il
suo accorato invito finale “a costituire un partito imperialista laico,
pagano, ghibellino che si ispiri
unicamente alla tradizione italica di Virgilio, di Dante, di Campanella, di
Mazzini” va riproposto in termini
categorici, anche se nel panorama politico italiano di oggi non v’è nessun partito che contempli nel
suo programma o registri nelle azioni
dei suoi esponenti più importanti, le finalità fissate da R. nel suo saggio;
escludendo in toto i due grossi partiti eredi e continuatori del clericalismo
e del marxismo, le altre formazioni minori hanno ognuna qualche piccola cosa
di quel lontano progetto pur non esprimendo un paganesimo dichiarato; alcune
prese di posizione di dirigenti dei partiti minori possono essere giudicate
come pagane, ed allo studioso di tradizione italica e pagana incombe
l’obbligo di saper vedere sotto il velame dei sensi oscuri di malcelati
presentimenti, e di saper capire seguire e mettere insieme i frammenti di
questa paganità che emergono qua e la come degli iceberg sopra un mare dal
quale dovrà nascere al momento giusto
una unica e splendente verità . “Infin
che il veltro verrà…” è questo
il verso che figura in una terzina
dantesca ricordata da Reghini . In attesa che il Veltro venga e riunisca in
una rinnovata Città del Sole gli adepti, a noi non resta che testimoniare e
incoraggiare uomini e associazioni a battersi con forza e determinazione a
favore di un cambiamento profondo della realtà politica nazionale. Il volume “Imperialismo Pagano e
Tradizione Italica” raccoglie oltre al saggio Imperialismo Pagano del
1914 che dà il titolo al libro i seguenti brani: DELLA TRADIZIONE OCCIDENTALE
(1928), LA TRADIZIONE ITALICA (1914), IL FASCIO LITTORIO (1934),
L’UNIVERSALITA’ ROMANA E QUELLA CATTOLICA (1924), IL VELTRO (1923),
CAMPIDOGLIO E GOLGOTA (1924), PRETI E IMPERO
(1924), GERARCHIA (1924), IL SANTO IMPERO (1925), L’AUTORITA’
IMPERIALE E LA SAPIENZA (1925) , I
FASTI DELL’AUTARCA (1929). Chiude la raccolta un’ Appendice con una
interessante riproduzione di lettere di Reghini sulla polemica con Julius
Evola relativamente al libro di quest’ultimo portante lo stesso titolo.
Roberto Sestito
ESOTERISMO DELLA “CITTA’ DEL SOLE” ove solo il valor saggio, e virile della sua gloria spiega i gran trophei. Qui dolce libertà l’alma gentile ritrova, e prova il ver, che senza lei sarebbe anchor il paradiso vile”. Non è così, o almeno non è solo così. La Città del Sole è anche o (forse) soltanto la rappresentazione simbolica dell’uomo descritto nelle sue parti occulte e palesi e nelle sue aspirazioni alla liberazione e all’immortalità; il saggio contiene in poche parole la descrizione di una via iniziatica che avrebbe nella “Prattica dell’estasi filosofica” un approccio specifico e nella Città del Sole un edificio o meglio un Tempio ideale simbolizzato dall’uomo stesso “che il bel morire” ha elevato a dio. L’ipotesi però che la Città del Sole possa occultare nella sua architettura il percorso iniziatico dell’uomo, non esclude affatto l’opinione dei più e cioè che il saggio sia nato dall’idea politica di una repubblica teocratica e solare: anzi, da un diverso punto di vista, questa opinione potrebbe uscire rafforzata dalla nostra ipotesi, in quanto nessuna repubblica di quel tipo potrebbe realizzarsi senza una preventiva conoscenza e trasformazione dell’uomo; come nella “Divina Commedia” di Dante per la quale non si poteva supporre cosa in essa si nascondesse fino a quando il Valli non ne rivelò il linguaggio segreto, così nella Città del Sole non si può intravedere il dramma palingenetico dell’uomo verso l’immortalità, senza riconoscerne il carattere esoterico. Un
interessante indizio a quel che andiamo dicendo lo troviamo nella seguente
nota di Reghini alla “Prattica” su menzionata attibuita al Campanella. Dice
Reghini: “La tecnica dell’estasi filosofica si trova
esposta più o meno copertamente in vari testi; essa costituisce del resto un
arcano, è ineffabile per necessità di cose. Nella letteratura filosofica italiana si
trova una magnifica pagina, da alcuni attribuita al Campanella, da altri al
Bruno, e che è degna dell’uno e dell’altro; il documento porta il titolo “La
prattica (sic) dell’Estasi Filosofica”. Si sente in essa la sicurezza di chi parla
per esperienza propria; la pratica della contemplazione, i suoi
effetti, tutto è delineato con limpidità e precisione meravigliosa. E’ una pagina insuperata della letteratura
tecnica iniziatica, e la tradizione esoterica occidentale per opera di questo
neo-pitagorico dell’Italia meridionale getta vividi bagliori di luce,
sfidando eroicamente l’ignoranza e la ferocia cristiana. Non ci sembra che
tra i transalpini ce ne siano molti che possano competere per sapienza
metafisica con questo erede ed esponente della Scuola Italica. Sopra l’esperienza dell’estasi filosofica
si basa, secondo noi, il dramma mistico della morte e resurrezione dei
misteri. Lo sviluppo naturalistico di questa concezione
è integrato e illuminato dalla conoscenza del fenomeno della palingenesi, il
quale costituendo una possibilità organica della vita umana, deve essere
stato noto anche in antico. Nel Vedanta la condizione della
coscienza durante l’estasi è chiamata
sandhia (derivato da sandhi, punto di contatto o di unione tra due cose) cioè
intermezzo tra il sonno profondo (sushupti) e la morte.” (Arturo Reghini, Dizionario Filologico, Ignis,
2004). A nostro avviso l’accostamento fatto dal Reghini tra la “Prattica” del
Campanella e la tradizione vedica non è casuale; è rivelatore di una stretta
parentela tra questa tecnica pitagorica e quella yogica che potrebbe avere
avuto nella Città del Sole, dove Sole, il sommo sacerdote, è assistito da tre
altri capi detti: Pon, Sin e Mor, un’applicazione più complessa e
probabilmente esoterica. Veniamo ad un raffronto più ravvicinato tra le due “vie”: quella
campanelliana e quella vedica: La prattica dell’estasi filosofica, nella
quale come dice R. si nasconde un arcano, è la seguente: “Bisogna eleggere un luogo, nel quale
non si senti strepito d’alcuna materia, all’oscuro o al barlume d’un piccolo lume
così dietro che non percuota negli occhi, o con occhi serrati. In un tempo quieto et quando l’uomo si
sente spogliato d’ogni passione tanto
del corpo quanto dell’animo. In quanto al corpo, non senta nè freddo, nè
caldo, non senta in alcun parte dolore, la testa scarica di catarro e de fumi
del cibo e di qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, nè abbia
appetito nè di mangiare, nè di bere, nè di purgarsi, nè di qualsivoglia cosa; stia in luogo posato a sedere agiatamente
appoggiando la testa alla man sinistra, o in altra maniera più comoda... l’animo sia spogliato d’ogni minima
passione o pensiero, non sia occupato nè da mestizia o dolore o allegrezza o
timore o speranza, non pensieri amorosi o di cure famigliari o di cose
proprie o d’altri, non di memoria di cose passate o d’oggetti presenti; ma essendosi accomodato il corpo come sopra, dee mettersi là, et scacciar di mente di mano in mano tutti
i pensieri che gli cominciano a girar
per la testa, et quando viene uno subito scacciarlo, et quando ne
viene un altro subito anco lui scacciare insino che non ne venendo più, non
si pensi a niente del tutto, et che si resta del tutto insensato
interiormente et esteriormente, et diventi immobile come se fussi una pianta
o una pietra naturale; et così l’anima non essendo occupata in
alcuna azione nè vegetabile, nè animale, si ritira in se stessa, et
servendosi solamente degli elementi intellettuali purgata da tutte le cose
sensibili,non intende le cose più per discorso, come faceva prima, ma senza
argomenti e conseguenze: fatta Angelo vede intuitivamente l’essentia
stessa delle cose nella loro semplice natura, et però vede una verità pura, schietta, non
adombrata, di quello che si potrebbe speculare; perciocchè avanti che si metta all’opra,
bisogna stabilire quello che si vuole o speculare o investigare ed intendere, et
quando l’Anima si trova depurata proporselo davanti, e allora gli parrà d’avere un chiarissimo e
risplendente lume, mediante il quale non se gli nasconde
verità nessuna. E allora si sente tal piacere e tanta
dolcezza che non vi è piacere in questo mondo che a quello si possa
paragonare: nè anco il godimento di cosa amatissima e
desideratissima non ci arriva a un gran pezzo. In tal maniera che l’anima pensando d’avere
a ritornare nel corpo per impiegarsi nelle vil’opere del senso, grandemente
si duole et senz’altro non ritornerebbe mai se non dubitasse che per la lunga
dimora in tale estasi si spiccherebbe al tutto del corpo. Perciò quelli sottilissimi spiriti nei
quali ella dimora se ne sagliano al capo, e però alcuni sentono un dolcissimo prurito
nel capo, dove son gli strumenti intellettuali: e a poco a poco svaporano, i quali se tutti
svaporassero, senz’altro l’uomo morerebbe. Et però sono più atti a quest’estasi quelli
che hanno il cranio aperto per la cui fessura possono esalare alquanto gli
spiriti; altrimenti se ne raduna tanti nella testa
che l’ingombrano tutta, et gli organi per così gran concorso si rendono
inabili. Questa credo che sia l’estasi platonica,
della quale fa menzione Porfirio che da questa Plotino sette volte fu rapito
et egli una volta; essendochè di rado si trovan tante circostanze in un uomo;
contuttociò in due o tre anni potrebbe succedere tre o quattro volte; et
quelle cose che allora si intendono bisogna subito scriverle et diffusamente,
altrimenti voi ve le scorderesti, e rileggendole poi non l’intendereste”. Il punto centrale della “Prattica” è
rappresentato certamente dal “distacco” dell’Anima dal corpo che però, se si
fa attenzione, si dà per scontato, poichè quando leggiamo la frase l’anima
pensando d’avere a ritornare nel corpo non possiamo fare a meno di
costatare che il ritorno segue una partenza o distacco già avvenuto: e tutto
ciò mentre il corpo continua regolarmente ad essere in vita. La rassomiglianza con un verso dei “Versi
d’Oro” è eclatante. La “prattica” pitagorica non fornisce
all’aspirante una lezione dettagliata sulla fisiologia occulta dell’uomo, ma
si limita, per giungere a questo
importante “distacco”, a suggerire un “metodo”, metodo che possiamo per
comodità suddividere e riassumere in tre parti e che comunque è sufficiente a
raggiungere lo scopo: 1.
preparazione del corpo. 2.
esercizio sul pensiero. 3.
esercizio sulla mente.
Nella “Prattica” non si fa alcun cenno ad esercizi respiratori, ma
sappiamo da Reghini e da altri discepoli della Scuola Italica che alcuni di
questi esercizi rivestivano una certa importanza nei rituali da essi seguiti.
Sui risultati le informazioni sono piuttosto sibilline, ma si allude
abbastanza spesso a particolari stati di coscienza raggiunti o da raggiungere. Crediamo perciò che non sia inutile
prendere in esame gli insegnamenti più ortodossi della tradizione vedica e
vedere cosa si dice a questo proposito, soprattutto perchè è stata dimostrata
l’affinità ideologica tra la scuola
pitagorica e quella vedantina, e sarebbe opportuno mettere a confronto le esperienze
descritte nello yoga indiano con quelle della scuola italica onde fare
qualche passo in avanti sulla metodologia che ci proponiamo di studiare. “Nell’hatha yoga, il motore principale
della trasformazione... della mente ordinaria (manas) in una condizione al di
là della mente – è di natura pneumatica. – scrive D. G. White ne “Il
corpo alchemico” pag. 56 - E’ il
vento, l’elemento dinamico dell’antica triade vedica, che assumendo la forma
del respiro controllato svolge un cruciale ruolo trasmutativo nel sistema
hathayogico. Quando il respiro è stabile, la mente ed il seme sono
stabilizzati; ma, cosa ancor più importante, quando, attraverso il controllo
del respiro (pranayama), viene aperta la base del canale centrale, quello
stesso respiro causa l’inversione delle polarità ordinarie. Piuttosto che
scendere, il seme, l’energia e la mente vengono ora fatti risalire sino alla
volta cranica, determinando la totale integrazione yogica (samadhi),
l’inversione del flusso del tempo, l’immortalità ed il trascendimento
dell’intero universo creato”. La relazione pertanto tra respiro e testa
(cranio) è esplicita, come non si può escludere il fatto che l’inversione
del tempo debba essere messo in relazione con il controllo e l’arresto
del flusso del pensiero; quest’informazione del White aiuta perciò a
comprendere meglio i misteriori accenni di Campanella al “cranio” e agli
“spiriti” che possono esalare dalla testa. Ma le notizie “alchemiche” del White sono
ancor più particolareggiate e contribuiscono sapientemente a svelare – almeno
in parte - il misterioso “arcano” cui alludeva R. commentando la “Prattica”.
Eccone un esempio tratto da una nostra trascrizione ragionata del testo
fornito dal White: “Ancora una volta, sulla base dei dati presenti
nei testi tantrici stessi, è possibile ritenere che il Monte della Luna e
l’Isola della Luna, sono (...) localizzazioni proprie del corpo sottile
allorchè un determinato complesso di pratiche viene portato a compimento. Che
si tratti di un paesaggio interiore del corpo sottile si evince già
dall’affermazione del K., secondo cui utilizzando la rete dell’energia yogica, (...) M. prese..l’ insegnamento
del k. traendolo dai sette cakra,
azione inverosimile nel mondo reale. In questo caso, la montagna o l’isola in
questione sono situate nella volta cranica ... sul lato sinistro
del corpo (...) su ciò k. afferma che i suoi insegnamenti furono portati
quaggiù sull’Isola della Luna, (e) offre delle prove cospicue quando descrive
il nettare che stilla dalla ‘fessura del brahman’, ovvero la fontanella
come ‘letizia della luna’ e quando associa la postura lunare con la pratica
hathayogica ... anch’essa effettuata all’interno della volta cranica. Questa fonte e altre della Trasmissione Occidentale
danno grande rilievo al lato ‘occidentale’ o sinistro del corpo, come al
luogo delle trasformazioni più critiche che si verificano nel corpo sottile.
(...) Il monte della Luna si trova ad ovest...
della colonna vertebrale sottile che culmina nella sommità della volta
cranica. ... l’interpretazione più soddisfacente di
questo racconto resta quella allegorica: la Città della luna è il luogo, nel
lato sinistro (occidentale) del corpo sottile, ove culmina la pratica
hathayogica, attraverso l’interazione dei tre canali principali, qui
presenti come ... Sole, Luna e Fuoco. In successive opere... l’identificazione
della volta cranica con il luogo della luna microcosmica diviene un motivo
comune”. Esiste un monumento in pietra scolpito in
memoria di T. Campanella che lo raffigura nel suo abito di frate con il piede sinistro appoggiato su
due libri e con il mento appoggiato sulla mano sinistra, in una
postura cioè che ricorda la descrizione esistente nella “Prattica”. Sarà un
caso?... Ma c’è di più. Apprendiamo dallo stesso
White leggendo altri brani del suo libro che la famosa Città della Luna
potrebbe benissimo essere una Città del Sole poichè nella tradizione
vedantina, alla quale l’autore si rifà, l’inversione tra Luna e Sole non è
impossibile e non offende la sensibilità e l’intelligenza dell’operatore come
certamente potrebbe accadere in altri luoghi lontano dall’India magica e
alchemica. (Alcuni siddha chiamano sole e luna i due canali
laterali del corpo sottile). Nella fisiologia yogica dell’uomo il Sole, localizzato in basso e la Luna, posizionata nella testa,
forniscono materia di contemplazione e di studio sulla cui importanza anche
l’occultismo occidentale non può fare a meno di soffermarsi. Scrive a questo riguardo W. che da una
parte troviamo insieme la luna e il mercurio e dall’altra il sole e lo zolfo;
ne consegue allora che nella Città del Sole dobbiamo riconoscere lo stato
successivo a quello della Luna raggiunto nella sommità del cranio in virtù di
un “modello yogico che descrive la separazione yogica dalla coscienza
ordinaria ed il ritorno in essa nei termini di un’interazione tra il sole,
localizzato nel basso ventre, e la luna collocata nella volta cranica del
corpo sottile”. E’ impossibile non vedere in questi brani
somiglianze, analogie, affinità per non dire altro con i punti più “velati” della “Prattica” sui quali, con
l’ausilio degli esercizi dell’alchimia indiana, è doveroso tentare di gettare
una luce chiarificatrice. Può essere inoltre un caso che la Città del
Sole di C. sia stata fondata da emigranti indiani? Scrive infatti il filosofo
calabrese: “Questa è una gente ch’arrivò là dall’India, ed erano molti
filosofi, che fuggiro la rovina di Mogori...”. Questi fuggiaschi, una volta fondata la
nuova patria, decidono di vivere in comune; il paradosso di una città che
mette tutto in comune, (è un paradosso, perchè lo stesso C. si incarica di
precisare che nel loro paese di origine non si pratica questo costume)
uomini, donne, beni, se anche ha un illustre precedente nell’utopia platonica,
è un nodo da sciogliere e invece di considerarlo un’utopia, lo vedremmo più
volentieri come la metafora principale di quest’opera in cui il dualismo
filosofico dell’essere e le sue conseguenti antinomie individuali e sociali
non possono che essere rappresentate e quindi risolte in un corpo che le
trasmuti e le trascenda tutte, dopo
averle subite e sofferte. Il miglior modo di rappresentarle è appunto quello
usato da C.: comunanza di tutto in una sorta di monachesimo radicale, il
tutto nel tutto, il tutto nell’uno. Quando C. affronta il problema della
generazione la metafora si fa più sottile e meno esplicita e perciò più esoterica. La purezza della razza non
è il risultato di una semplice norma eugenica e di ingegneria genetica, norme
alle quali gli abitanti della repubblica dovrebbero attenersi, bensì il
prodotto di una distillazione operatasi nell’atanor di una società fortemente
gerarchizzata che nell’impedire ai deboli, agli impuri e agli inetti di
andare avanti e di moltiplicarsi, non può che aspirare a una città solare liberata della cadente e
degenerata condizione umana,
unanimamente considerata uno stato di transizione. In Occidente, una visione come questa, dopo
aver subito l’ostracismo di quasi tutte le istituzioni civili e
religiose (risultate vincenti dopo la
disgregazione della civiltà greco-romana)
rimase appannaggio di ristretti circoli di iniziati, mentre in India
dove i sogni e le chimere molto spesso si realizzano, andò ad alimentare gli
studi e le tradizioni magico-alchemiche miranti alla perfezione del corpo e
alla sua immortalizzazione, che coesistevano armoniosamente e molto spesso
collaboravano con una via interiore di separazione e integrazione della
coscienza individuale nella coscienza cosmica. Il
breve ma significativo accenno che C. fa ad una rigenerazione del
corpo fisico quando afferma che i solari “hanno pur un secreto di rinovar
la vita ogni sette anni, senz’ afflizione, con bell’arte” fa pensare
molto. Questa frase non può essere spiegata come il ricorso ad una semplice
dieta alimentare e ricondotta alla sola salute del corpo perchè il
riferimento alla conoscenza di un secreto è netto ed è legato
all’esercizio di un’arte, parole tutte che troviamo così usate nel
linguaggio degli alchimisti e degli ermetisti. Tanto per essere un pochino
più chiari: è la conferma che C. intendeva fare della Città del Sole un
modello di vita per esseri che dovevano passare per la prima morte e che
attraverso l’esercizio di un’arte si sarebbero avviati all’immortalità dello spirito in congiunto
forse anche a quella del corpo. In India il potere magico di rigenerazione
è connesso all’uso di erbe e acque curative sotto il diretto controllo di
scuole di alchimisti. E’ molto probabile che C. si sia
soffermato, nel corso dei suoi studi e dei suoi viaggi, sulle numerose
analogie tra “via bramanica” e via pitagorica senza peraltro escludere un suo
interesse per una “via del cinabro” che prevede l’uso spregiudicato
dell’apparato fisico-sensorio umano rispetto alle funzioni del corpo sottile
che vediamo invece utilizzate e anche molto bene nelle “vie” più
specificamente spirituali. E’ indicativo a questo proposito il fatto
che nel parlare di arte militare e guerriera i solari, dice C., “non
temono la morte, perchè tutti credono l’immortalità dell’anima, e che,
morendo, s’accompagnino con li spiriti buoni o rei, secondo i meriti. Benchè
essi siano stati bragmani pitagorici, non credono trasmigrazione d’anima, se
non per qualche giudizio di Dio”. Cosa abbia spinto C. ad affermare che i
solari credono nell’immortalità
dell’anima e non nella trasmigrazione d’essa (a meno che non sia decretata da
Dio) e quindi a distanziarsi da un aspetto non secondario del pensiero
bramanico e pitagorico è difficile dirlo: la dottrina cattolica nega la legge
del karma, fu quindi per calcolo religioso o per convenienza politica? Per la verità la Città del Sole è un
imponente edificio politico e sociale dotato di inconsueti strumenti di
governo e di una morale che hanno ben poco o nulla in comune con i
principi della dottrina cristiana;
gli scarsi accenni che C. concede alla tradizione cristiana crediamo siano
dovuti più che altro alla necessità da parte sua di salvaguardare il suo
scritto dai numerosi nemici che dentro e fuori la Chiesa tramavano ai suoi
danni e aspettavano la sua rovina. Per riuscire nel suo intento C. si servì di
alcuni stratagemmi: quello della pazzia che finse di fronte ai torturatori
della Santa Inquisazione e quello dell’allegoria con cui rivestì alcuni suoi
scritti importanti tra i quali siamo propensi a mettere la Città del Sole. Un’ultima riflessione, prima di terminare,
va fatta sulla numerologia della Città del Sole che meriterebbe un trattato a
parte. Infatti, tra la posizione astrologica e il movimento dei sette pianeti
in relazione ai sette gironi che portano i nomi dei pianeti stessi di cui è
composta la città ed i sette centri
vitali dell’uomo (i sette cakra di cui parla il W. nel suo trattato
alchemico) esiste una strettissima relazione. Un indizio in più per affermare
che dietro l’urbe campanelliana si staglia la possente figura dell’uomo sulla
via della divinizzazione. Concludiamo col dire che questi sono dei
semplici appunti, basati su alcune intuizioni e non hanno la pretesa di
costituire uno studio vero e proprio: possono solo rappresentare un punto di
partenza e di incentivo per un’analisi più dotta e più estesa che affidiamo a chi saprà e vorrà farla. BIBLIOGRAFIA REGHINIANA
Per conoscere
con un approccio serio ed esaustivo la figura di Arturo Reghini, gigante
nell’animo e nel fisico, se ne deve anzitutto aver ben presenti le sue
principali opere scritte. Recandoci, infatti, in una qualsiasi libreria,
virtuale o meno che sia, ci possiamo ritenere molto fortunati se, dei suoi
innumerevoli scritti, ne trovassimo almeno le due opere monografiche
maggiori, quelle per intendersi, edite qui in Italia dalla storica casa
editrice romana Atanòr. I testi ai quali facciamo allusione sono: – Le Parole Sacre e di Passo dei Primi Tre Gradi ed il Massimo Mistero Massonico, ristampato varie volte e per ultimo nel 1987; – I Numeri
Sacri nella Tradizione Pitagorica e Massonica, Roma 1978 e sue
successive edizioni. Purtroppo questi due libri sebbene contengano un numero considerevole di tematiche fondamentali ed imprescindibili per la conoscenza di A. R., non costituiscono che una pallida idea del materiale e dei penetranti studi che Egli approfondì e ci lasciò durante tutto l’arco della sua intensa, ma tormentata vita. È per agevolare e permettere ai nostri attenti
lettori di avere un quadro dettagliato e completo dell’opera monumentale che
A.R. scrisse, che abbiamo redatto e posto per la prima volta in rete la sua
bibliografia cronologica integrale. In essa troverete oltre a ciò che Egli scrisse, anche l’eventuale edizione moderna che oggi riproduce il suo testo, sia che esso sia una conferenza, un articolo o un saggio.
BIBLIOGRAFIA CRONOLOGICA
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